I laboratori della I e della II E – SMS Viale delle Acacie, Napoli. Riflessioni di metodo della prof.ssa Valeria De Laurentiis

I laboratori che sto portando avanti nelle mie classi, 1 e 2 E della scuola media Viale delle Acacie di Napoli, nascono dall’intenzione di lavorare sull’acquisizione di strumenti di produzione, analisi, decodifica, interpretazione e riutilizzo delle fonti visive, in particolare fotografiche.

Non sono nuova a questo genere di lavoro perché per due anni nella mia scuola si è svolta un’attività di formazione, e insieme di didattica nelle classi, con Letizia Cortini che è confluita nella realizzazione del sito web Sguardi e storie. Immaginare storie e ricostruire memorie a scuola

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Una riflessione per iniziare

Sulla scorta della formazione degli anni precedenti e di una sperimentazione che ho avuto la possibilità di seguire per il Progetto Cinefotoeduca, gestito dall’Istituto Luce – Luce per la didattica, in particolare da Patrizia Cacciani in collaborazione con Letizia Cortini, prima ancora di lavorare alla costruzione di narrazioni storiche ricorrendo agli archivi di famiglia, pur non escludendo degli affondi in questa direzione, mi sono convinta dell’utilità di fornire ai ragazzi strumenti per diventare produttori e fruitori consapevoli di immagini. Ho pensato che, rispetto alla durata del ciclo delle scuole medie, i primi due anni possono essere il momento giusto per mettere le basi e costruire un nuovo “sguardo” sulle fonti visive. Mi ha ispirato per il lavoro di quest’anno anche la lettura di un famoso testo di Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi 1978, che mi ha accompagnato nelle mie riflessioni.

Mi interessava innanzi tutto di vedere i ragazzi in azione come produttori di immagini, o registi nella scelta di immagini prodotte da altri.

Scattano migliaia di foto nella loro vita quotidiana, ma spesso con nessuna attenzione al mezzo che utilizzano e al suo linguaggio specifico; l’impressione è che utilizzino gli scatti come segni, grafemi di pixel, di un linguaggio nuovo, istantaneo, sintetico, destinato al consumo immediato. Altre volte usano le immagini per testimoniare una presenza o per prendere possesso di una realtà che stanno vivendo. Non concepiscono quasi mai la foto come ricordo relativo ad un’occasione, una celebrazione e nel senso tradizionale del termine, sono pochi anche gli adulti di famiglia che assumono questo compito. Insomma a me sembra che le funzioni attribuite alle immagini private siano quasi del tutto scomparse nel nostro mondo “liquido”. Certo sulla quantità ha influito molto la velocità e la facilità, prima con la macchina digitale poi con gli smartphone, con cui è possibile produrre scatti che sono diventati segni di comunicazione di un linguaggio di cui però non conosciamo la grammatica: parliamo una lingua sconosciuta che abbiamo appreso un po’ dovunque, attingendo da un immaginario sempre più complesso. La pubblicità, l’arte, il web, la televisione, il cinema, sono potenti vettori di un motore più profondo da ricercare nella nostra economia legata alla logica dei consumi, come già notava Susan Sontag (Sulla fotografia, Einaudi 1978, pag 154-155).

La libertà di consumare una pluralità di immagini e di beni viene identificata con la libertà tout court. Il restringere la libera scelta politica al libero consumo economico esige che la produzione e il consumo di immagini siano illimitati. L’ultima ragione del bisogno di fotografare tutto è nella logica stessa dei consumi”.

Più consumo e brucio, più ho necessità di reintegrare.

I protagonisti dei laboratori

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I temi dei laboratori

Sono partita da una riflessione ancora della Sontag (ib. p. 22):

La suprema saggezza dell’immagine fotografica consiste nel dire: “Questa è la superficie. Pensa adesso- o meglio intuisci- che cosa c’è di là da essa, che cosa deve essere la realtà se questo è il suo aspetto” Le fotografie, che in quanto tali non possono spiegare niente, sono inviti inesauribili alla deduzione, alla speculazione, alla fantasia

Volevo rendere i ragazzi consapevoli della potenza, a saperle guardare, delle immagini e mi è sembrato un buon inizio farne scattare di propria iniziativa per sperimentare le infinite possibilità di immortalare ciò che si para davanti ai nostri occhi e la scelta che ogni volta, nolenti o volenti, facciamo.

Nella prima fase abbiamo esplorato insieme le risorse dei due siti web, Sguardi e storie e Cinefotoeduca, sul linguaggio fotografico e del cinema. Sono guide ricche di esempi per cominciare ad affinare lo sguardo e districarsi tra campi, inquadrature, luce, colore e anche, per i docenti, con una parte teorica che fornisce tanti spunti di riflessione sull’uso delle fonti visive e sul loro contributo alla didattica non solo della storia contemporanea.

Poi ho dato le consegne: gli alunni di prima sono stati incaricati di documentare le loro vacanze natalizie; quelli di seconda (che avevano già sperimentato l’anno scorso) sono stati impegnati sul tema del ritratto. In principio avevo pensato a ritratti di persone di famiglia o amici – e infatti questi materiali sono raccolti per un ulteriore sviluppo – ma poi è venuta l’idea di dare la possibilità ai ragazzi di farsi dei ritratti in classe.

La fase di gestazione è stata lunga e piena di tribolazioni perché ci vuole una gran pazienza per far lavorare i ragazzi.

 Come scattano i ragazzi

Propongo qui alcuni scatti dei ragazzi della Prima E, non inclusi nei lavori finali, perché insieme a quelli offrano un’idea di cosa guardano i ragazzi, come lo guardano e cosa scelgono di fotografare

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Per la Seconda E invece propongo delle foto che ho scattato guardandoli mentre si organizzavano per i loro ritratti di classe

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Raccogliere e archiviare

Questo tipo di lavoro introduce anche all’acquisizione di un metodo: non basta scattare, occorre scaricare le immagini, archiviarle. Per lavorare in classe, da tre anni utilizzo uno spazio on line gratuito per l’archiviazione e la condivisione dei materiali. Si tratta quindi di mostrare ai ragazzi come si fa a creare una propria cartella, a condividerla, a caricare immagini e testi. Possono sembrare operazioni scontate ma non lo sono.

Da parte dei ragazzi la produzione e la fruizione delle immagini si limitano, in genere, all’istante dello scatto e all’archiviazione automatica nella galleria degli smartphone dove vanno incontro ad un destino di accumulazione in attesa di una sparizione fortuita (per mancanza di spazio nel dispositivo, per un incidente tecnologico o il cambio dell’apparecchio) o di stasi improduttiva. Qui si propone invece un nuovo approccio all’immagine che diventa “oggetto” da utilizzare in operazioni successive con cui rendere conto del perché sono state scattate, cosa esprimono e documentano; anche se non vogliamo stamparle, è opportuno che le archiviamo, ci rendiamo conto del loro formato (jpg? raw? Heic? Ping?), le datiamo preparandoci al lavoro dell’anno prossimo in cui sarà richiesta una vera e propria schedatura. È strano come questi ragazzi, che maneggiano tecnologia avanzata da piccolissimi, non siano interessati agli strumenti, ai passaggi necessari per realizzare un progetto. Utilizzano solo gli smartphone e il pc, con i suoi programmi, è un mistero per i più; hanno una grande abilità a districarsi sui piccoli schermi ma si limitano alle operazioni intuitive e veloci e sono interessati principalmente alla possibilità di eterna connessione che si offre loro attraverso i social. La definizione di “nativi digitali” scopre il suo punto debole: familiarità nell’uso del touch, nello “smanettare” superficiale non significa acquisizione di un metodo che la tecnologia invece impone.

Scegliere

È venuto poi il momento della scelta degli scatti. È un’altra operazione importante perché credo che nella scelta si comincino a tastare con mano il potere e il fascino dell’immagine fotografica. È qui che prendono forma l’intenzione narrativa, la meraviglia delle scoperte, la motivazione delle esclusioni, i dettagli sfuggiti, i particolari svelati.

La scelta offre l’occasione, insondata il più delle volte, di estrarre dal flusso continuo di scatti, pezzetti di realtà delimitati da un’inquadratura a cui conferire un senso. Non è questo il primo passo per orientarsi nell’indiscriminato flusso di immagini che ci avvolge?

Le foto le abbiamo osservate e commentate insieme, ciascuno suggerendo “visioni” diverse, rintracciando le intenzioni, ricordando le occasioni che hanno dato vita allo scatto.

Scrivere con le fotografie

Siamo passati poi a quella che definirei una “scrittura fotografica”, un’operazione con cui “cominciare a vedere nella realtà stessa una sorta di scrittura che deve essere decodificata, nello stesso modo in cui erano state inizialmente paragonate alla scrittura anche le immagini fotografiche” (Susan Sontang, Il mondo dell’immagine, pag 137 che ricorda come Niepce chiamò le sue lastre eliografie, scritture solari; Fox Talbot definì la macchina fotografica “la matita della natura”).

Come ho già osservato (in Da Sguardi e storie a Fotoeduca. Appunti per la didattica delle fonti audiovisive, 7 maggio 2019), questo tipo di scrittura si snoda parallelo all’immagine e non se ne serve come di un’illustrazione: la foto ne fa parte con il suo linguaggio specifico che rende espressiva la visione, nel caso dei nostri laboratori, nello spazio della vita privata o quotidiana.

I ragazzi hanno scritto i testi in completa autonomia e dopo averli caricati sul drive con le immagini scelte, li abbiamo rivisti insieme e nuovamente commentati. È iniziata così la fase forse più interessante in cui, commentando gli scritti, osservando nuovamente, accogliendo i suggerimenti di tutti, a me pare che si costruisca uno spirito critico, ci sia un’evoluzione nella consapevolezza anche scoprendo o ritrovando aspetti latenti. Qui, soprattutto, si esercita il mio ruolo di guida e facilitatrice quando riesco a proporre ai ragazzi aperture su altri campi che ampliano la loro capacità di visione.

Propongo un elenco degli spunti di riflessione emersi dalla revisione collettiva dei testi.

Per il laboratorio di documentazione delle vacanze natalizie:

  • come dall’insieme di scatti scelti traspaia il “colore”, il “tono” di quel nucleo familiare
  • il caso (ma esiste il caso?) che disvela un’intenzione nascosta
  • il valore delle tradizioni
  • il culto del selfie e il suo ruolo nella comunicazione
  • la capacità delle immagini di rappresentare l’affettività
  • vedere il tempo che passa attraverso le foto

Per il laboratorio Ritratti in classe:

  • l’uso teatrale della fotografia ovvero la messa in scena
  • lo scatto studiato in cui affiorano vecchi e nuovi immaginari
  • il messaggio del selfie
  • la motivazione profonda di gesti e pose suggeriti dal web
  • l’aspetto normativo relativo alle immagini
  • il tentativo di rappresentare l’impalpabile
  • cercare foto della vita scolastica negli archivi di famiglia

I ragazzi hanno quindi prodotto spesso una seconda stesura dei testi in base ai suggerimenti scaturiti, qualcuno con il mio aiuto. Poi ho montato i lavori di ciascuno utilizzando il modello per la documentazione proposto dal sito di Cinefotoeduca, con schede appositamente preparate.

Ogni volta – nonostante i momenti in cui devo insistere, richiamare all’impegno, aspettare, ripetere le consegne- alla fine mi stupisco e mi intenerisco di fronte allo sforzo dei ragazzi di seguirmi nelle “avventure” che propongo e mi sento grata alle famiglie che mi sostengono ed accettano di condividere scatti dei loro figli, di persone di famiglia, della loro vita privata.

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